13AKIRA-Giulia Nannini

鬼 · motivi e simboli

Oni, hannya, tengu: i mostri del tatuaggio giapponese e cosa significano

Di · · aggiornato il · 4 min di lettura

Nell'irezumi i mostri non servono a spaventare. Sono guardiani, avvertimenti, ritratti di emozioni estreme. Il primo passo per usarli bene è non confonderli: oni, hannya e tengu vengono da mondi diversi e dicono cose diverse.

Notte, opera di 13AKIRA: donna in stile bijin-ga con cappuccio fiorito tiene una maschera hannya rossa sotto la neve
Notte: una bijin e la sua maschera hannya. Nel Nō la hannya è il volto di una donna trasformata, non un mostro esterno a lei.
In breve
  • L'oni è la grande categoria dell'orco-demone del folklore; la hannya è una specifica maschera femminile del teatro Nō.
  • Nel Nō il colore della hannya distingue rango e stadio: bianca per Lady Rokujō in Aoi no Ue, rossa in Dōjōji, più scura per i demoni compiuti.
  • Il tengu è lo spirito della montagna legato agli asceti yamabushi; punisce l'arroganza e insegna le arti marziali.
  • Il significato di una hannya cambia con l'inclinazione: frontale sembra furiosa, abbassata sembra piangere.

Oni: l'orco con corna di bue e pelle di tigre

L'oni (鬼) è l'essere più diffuso del folklore giapponese: gigante, cornuto, con zanne, pelle rossa o blu, perizoma di tigre e mazza ferrata (kanabō). Una spiegazione tradizionale del suo aspetto rimanda alla geomanzia: il nord-est, la direzione sfortunata detta kimon («porta del demone»), corrisponde nel ciclo zodiacale al bue e alla tigre, da cui corna bovine e pelle di tigre.

Gli oni sono punitori infernali, predoni delle montagne, portatori di malattie. Ogni anno, per il Setsubun, le famiglie lanciano fagioli gridando «Oni wa soto, fuku wa uchi», fuori i demoni, dentro la fortuna. Sulla pelle però l'oni funziona spesso al contrario: un mostro al tuo servizio che tiene lontani gli altri. È anche figura della forza bruta che si può domare.

Hannya: la maschera della donna trasformata

La hannya (般若) è una maschera del teatro Nō. Rappresenta una donna che la gelosia, l'ossessione o il rancore hanno trasformato in demone: corna, zanne, occhi dorati, bocca spalancata. La struttura è studiata perché l'espressione cambi con la luce e l'angolo: a volto frontale la maschera è furiosa, inclinata verso il basso sembra piangere. È questo doppio registro, rabbia e dolore insieme, a renderla uno dei soggetti più potenti del tatuaggio.

Il nome coincide con la lettura giapponese del termine buddhista prajñā, saggezza. Perché una maschera demoniaca si chiami così non è certo: una tradizione lo lega a un intagliatore di maschere chiamato Hannya-bō, un'altra al linguaggio buddhista usato nei drammi per esorcizzare lo spirito. Sono ipotesi, e vanno presentate come tali.

I colori della hannya nel Nō

Nel teatro Nō la hannya è indossata in drammi celebri. In Aoi no Ue, tratto dal Genji monogatari, lo spirito della nobile Lady Rokujō, gelosa della moglie di Genji, compare nella seconda parte con una hannya bianca (shiro hannya): il colore segnala una donna di rango e di raffinatezza. In Dōjōji la protagonista, respinta da un monaco, si trasforma in serpente; qui si usa una hannya rossa (aka hannya), associata a un personaggio di ceto più basso e a una passione meno trattenuta. In drammi come Kurozuka e Momijigari, dove la donna si rivela un vero demone, compaiono maschere più scure.

Esiste anche una sequenza di maschere per il grado di trasformazione: namanari, con piccole corna e ancora quasi umana; chūnari, la hannya vera e propria; honnari o ja, il serpente compiuto. Serve una precisazione: colori e stadi dipendono dalla scuola teatrale e dal dramma, e non formano un codice unico e universale come spesso si legge. Per chi tatua, sono comunque indicazioni preziose su cosa si vuole raccontare.

Dettaglio di Notte di 13AKIRA: maschera hannya con corna, zanne e occhi dorati
Dettaglio della maschera: corna, zanne e sopracciglia contratte. La bocca spalancata è quella della hannya, non dell'oni.

Tengu: lo spirito della montagna

Il tengu (天狗) nasce come demone-uccello di origine cinese e in Giappone cambia forma nei secoli. Esistono due tipi principali: il karasu-tengu, con becco di corvo, e il daitengu o hanataka-tengu, dal volto rosso e lungo naso, vestito come gli asceti delle montagne, gli yamabushi, praticanti dello Shugendō.

Il tengu è ambivalente. Nella tradizione buddhista medievale è un disturbatore che punisce monaci superbi; nel folklore successivo diventa protettore delle foreste e maestro di arti marziali. La leggenda più famosa racconta che Sōjōbō, re dei tengu del monte Kurama, insegnò la spada al giovane Minamoto no Yoshitsune. In giapponese «diventare un tengu» significa diventare presuntuoso. Sulla pelle porta disciplina, forza conquistata e un avvertimento contro l'arroganza.

Dettaglio di Bōdō di 13AKIRA: maschera rossa del tengu dal lungo naso tra le fiamme
Dettaglio di Bōdō (暴動, «sommossa»): la maschera rossa del tengu dal naso lungo.

Kitsune: la volpe, astuzia e messaggera

Spesso inserita nello stesso gruppo, la kitsune (狐) è un'altra cosa. La volpe è messaggera di Inari, divinità del riso e della prosperità, e le sue statue custodiscono migliaia di santuari. Nel folklore può anche ingannare e trasformarsi in donna; più code ha, più è antica e potente, fino a nove. Maschera di volpe e maschera di hannya non vanno confuse: la prima evoca astuzia e protezione, la seconda un'emozione distruttiva.

Come li tratto

Prima di disegnare una hannya chiedo cosa si vuole dire: la rabbia, il dolore, la trasformazione, o la capacità di guardare in faccia il proprio lato oscuro. Per un oni chiedo se deve essere minaccia o guardiano. Il riferimento pop può entrare, come in Ganbaru dove una hannya convive con un immaginario da maghetta anni Novanta, ma solo dopo che il senso della maschera è chiaro.

Fonti e letture: Wikipedia, «Hannya»; Dai Yokai, «Hannya Mask Meaning»; Wikipedia, «Oni»; Wikipedia, «Tengu»; Wikipedia, «Aoi no Ue»; Wikipedia, «Dōjōji»; Michael Dylan Foster, The Book of Yōkai (University of California Press 2015); Kunio Komparu, The Noh Theater: Principles and Perspectives (Weatherhill 1983); Willem R. van Gulik, Irezumi (Brill 1982).

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