Teschi, teste mozzate, fiamme di anime vaganti: una parte del repertorio giapponese sembra fatta per disturbare. Nella cultura che l'ha prodotta raccontava altro. La morte in guerra come prova d'onore, il corpo come cosa impermanente, il confine sottile tra vivi e spiriti.

- Il namakubi nasce dalla pratica guerriera di raccogliere e presentare le teste dei nemici.
- Il teschio (dokuro) richiama l'impermanenza buddhista (mujō) più che il macabro.
- Lo scheletro gigante della stampa di Kuniyoshi con Takiyasha (c. 1844) è una delle immagini più riprese dai tatuatori.
- Nelle stampe tardo-Edo di Yoshitoshi la violenza diventa un genere visivo esplicito.
Namakubi: la testa come prova
Nel Giappone medievale la testa del nemico era la prova del combattimento. Dopo una battaglia le teste venivano lavate, pettinate e presentate al comandante in una cerimonia di ispezione (kubi jikken), che determinava ricompense e riconoscimenti. Una testa nobile andava trattata con rispetto: era un documento dell'onore di chi l'aveva presa e di chi l'aveva persa.
Le stampe di guerrieri (musha-e) hanno trasformato questa realtà in iconografia: il samurai che stringe una testa per i capelli, oppure la testa sola, con occhi rovesciati e un pugnale tra i denti. Nel tatuaggio il namakubi (生首, «testa fresca») viene letto in modi diversi: coraggio davanti alla morte, vendetta compiuta, fine di un nemico interiore. Le letture moderne variano; il riferimento storico resta la cultura guerriera.
Dokuro: il teschio e l'impermanenza
Il teschio (dokuro, 髑髏) nella cultura giapponese si lega soprattutto all'insegnamento buddhista dell'impermanenza, mujō (無常). L'apertura dello Heike monogatari, il grande racconto epico del XIII secolo, lo dice con il suono della campana del monastero di Gion, che risuona dell'impermanenza di tutte le cose. I monaci meditavano anche su dipinti come i kusōzu, che mostrano in nove fasi il disfacimento di un corpo, per liberarsi dall'attaccamento.
Il teschio giapponese quindi si avvicina più al memento mori europeo che al teschio da poster. Accanto a fiori di ciliegio o a una fiamma sottolinea la brevità della vita; da solo, calmo e ben disegnato, può essere quasi sereno.

Lo scheletro gigante di Kuniyoshi
Intorno al 1844 Utagawa Kuniyoshi pubblica un trittico che è diventato un'icona: La strega Takiyasha e lo spettro scheletro (Sōma no furudairi). La principessa Takiyasha, figlia del ribelle Taira no Masakado, evoca nel palazzo in rovina uno scheletro enorme che si protende sopra due guerrieri. Kuniyoshi disegna lo scheletro con una precisione anatomica rara per l'epoca, probabilmente attingendo a illustrazioni mediche di origine olandese.
Oggi quello scheletro viene spesso chiamato gashadokuro, uno yōkai fatto delle ossa dei morti di fame; ma il nome e la creatura sono una codificazione del Novecento, e la stampa originale non lo usa. È un buon esempio di come il folklore si riscrive sulle immagini.
Hitodama e yūrei: le anime vaganti
Le piccole fiamme che fluttuano attorno a teschi e spettri sono hitodama (人魂), anime che lasciano il corpo, spesso blu o bianche, con una coda. Accompagnano gli yūrei, i fantasmi dai capelli sciolti e senza piedi resi celebri dal kabuki e dalle stampe. Nel tatuaggio le hitodama aggiungono movimento e raccontano che la morte non è un punto finale ma un passaggio.
Yoshitoshi e il sangue nelle stampe
Negli anni della fine dello shogunato, segnati da guerre civili, le stampe si fanno esplicitamente cruente. La serie Eimei nijūhasshūku (1866-1867), ventotto omicidi celebri disegnati da Tsukioka Yoshitoshi e Utagawa Yoshiiku, mostra sangue schizzato e corpi straziati con un realismo nuovo. Yoshitoshi, allievo di Kuniyoshi, è uno dei riferimenti principali per chi tatua soggetti violenti in stile giapponese.
Perché li tatuo
Questi soggetti funzionano quando chi li porta sa cosa dicono. In Vendetta ho messo il namakubi nelle mani di un personaggio di Tarantino, che a sua volta citava il cinema di samurai: il cerchio si chiude. In Luna il teschio sta accanto a un volto sorridente e a una fiamma. Non cerco lo shock, cerco il punto in cui la morte diventa una riflessione sulla vita.
Fonti e letture: Wikipedia, «Takiyasha the Witch and the Skeleton Spectre»; Wikipedia, «Hitodama»; Wikipedia, «Tsukioka Yoshitoshi»; Wikipedia, «Kusōzu»; Heike monogatari, incipit; Robert Schaap, Heroes and Ghosts: Japanese Prints by Kuniyoshi (Hotei 1998); Michael Dylan Foster, The Book of Yōkai (University of California Press 2015).