13AKIRA-Giulia Nannini

水滸伝 · storia

Come un romanzo cinese ha fatto nascere il tatuaggio giapponese

Di · · aggiornato il · 3 min di lettura

Il tatuaggio giapponese integrale nasce da un libro. Un romanzo cinese di briganti, tradotto e illustrato a Edo, e una serie di stampe del 1827 hanno dato a un'intera città gli eroi da portare sulla pelle. Il canone che uso ancora oggi ha questa origine precisa.

Neo Tokyo, illustrazione di 13AKIRA: Kaneda di Akira in posa da stampa di guerriero musha-e, con katana e braccio tatuato
Neo Tokyo: la posa del musha-e, la stampa di guerrieri resa celebre da Kuniyoshi, prestata a un eroe del manga.
In breve
  • Il Shuihu zhuan (in giapponese Suikoden) è un romanzo cinese del XIV secolo su 108 fuorilegge.
  • La prima traduzione giapponese esce nel 1757; nel 1805 Bakin e Hokusai ne pubblicano una versione illustrata.
  • Dal 1827 la serie di Utagawa Kuniyoshi sui 108 eroi del Suikoden trasforma i loro corpi tatuati in un fenomeno di massa.
  • Pompieri, carpentieri e corrieri di Edo adottano quelle immagini: nasce l'horimono pittorico.

Il romanzo: 108 fuorilegge contro un governo corrotto

Il Shuihu zhuan, «Storia della palude», è uno dei quattro grandi romanzi classici cinesi, attribuito a Shi Nai'an e Luo Guanzhong e fissato nel XIV secolo. In Italia è noto come I briganti. Racconta 108 eroi, spesso esiliati o condannati ingiustamente, che si rifugiano sul monte Liangshan e combattono funzionari corrotti. Alcuni sono descritti con il corpo tatuato: Shi Jin, detto il Drago dai Nove Tatuaggi, porta nove draghi; il monaco Lu Zhishen ha la schiena coperta di fiori.

Per un pubblico urbano che viveva sotto il controllo rigido dello shogunato Tokugawa, banditi generosi e ribelli al potere erano un materiale irresistibile.

Edo legge i briganti: 1757 e 1805

La prima versione giapponese a stampa, il Tsūzoku chūgi Suikoden, inizia a uscire nel 1757. Il vero salto popolare arriva nel 1805 con lo Shinpen Suiko gaden, adattamento avviato da Kyokutei Bakin e illustrato da Katsushika Hokusai. Le tavole di Hokusai danno ai briganti corpi muscolosi, pose drammatiche e, in diversi casi, tatuaggi.

Il libro illustrato era un prodotto di massa: circolava nelle librerie a noleggio, si leggeva ad alta voce, generava imitazioni. Il Suikoden diventa un repertorio condiviso di personaggi, come oggi lo sono i supereroi.

Kuniyoshi, 1827: i corpi diventano immagini

Intorno al 1827 l'editore Kagaya Kichiemon pubblica le prime tavole di Tsūzoku Suikoden gōketsu hyakuhachinin no hitori, «I 108 eroi del Suikoden popolare», di Utagawa Kuniyoshi. La serie ha un successo tale da fare di Kuniyoshi, fino ad allora poco affermato, il maestro del musha-e, la stampa di guerrieri.

La scelta decisiva è grafica. Kuniyoshi non si limita a indicare che un eroe è tatuato: gli copre spalle, schiena e braccia di draghi, tigri, fiori e onde, con una densità che il testo non prevede. Il suo Kumonryū Shishin, il Drago dai Nove Tatuaggi, diventa un modello di corpo completamente decorato. Qui compare per la prima volta, stampata e vendibile, l'idea di un tatuaggio che copre tutto il corpo come un unico dipinto.

Dettaglio di Vendetta di 13AKIRA: la testa mozzata namakubi derivata dalle stampe di guerrieri
Dettaglio di Vendetta: la testa mozzata (namakubi) è uno dei motivi ereditati direttamente dal musha-e.

Dalla stampa alla pelle: pompieri, tobi e corrieri

A volere quelle immagini addosso furono i lavoratori di Edo che mostravano il corpo per mestiere: i pompieri di quartiere (machi-bikeshi), i carpentieri d'altura (tobi), i corrieri (hikyaku), i portatori di palanchino. Lavoravano seminudi e il tatuaggio funzionava da vestito, da insegna di coraggio e, per i pompieri, da amuleto: draghi e onde d'acqua contro il fuoco.

Lo shogunato emanò più volte divieti contro il tatuaggio decorativo nella prima metà dell'Ottocento, con efficacia scarsa. Il fenomeno era ormai parte della cultura popolare urbana, insieme al teatro kabuki e alle stampe di attori.

Horishi: incisori di legno e di pelle

Un dettaglio lessicale spiega molto. Horishi (彫師) indica l'incisore, e la parola si usa sia per chi intaglia le matrici di legno delle stampe sia per il tatuatore. La storiografia sul tema riferisce che i primi tatuatori pittorici venivano in parte dall'ambiente dell'incisione xilografica; è una tesi diffusa, sostenuta da affinità tecniche e di vocabolario, anche se i documenti biografici sui singoli artigiani sono scarsi.

Di sicuro stampa e tatuaggio condividono la stessa grammatica: linea di contorno netta, campiture piatte, sfumature controllate, fondali d'acqua e nuvole che uniscono le figure. Chi guarda un horimono classico riconosce l'impaginazione di una stampa ukiyo-e.

Cosa tengo e cosa cambio

Quando progetto un pezzo parto da questa grammatica: posa dinamica del musha-e, soggetto principale, fondale che lo collega al corpo. Quello che cambio sono gli eroi. Kuniyoshi ha preso i briganti di un romanzo straniero e li ha resi idoli di Edo; io prendo le icone con cui è cresciuta la mia generazione e le metto dentro la stessa struttura. Il procedimento, a ben vedere, è lo stesso: un immaginario importato e riscritto per chi lo porterà addosso.

Fonti e letture: Wikipedia, «Water Margin»; Artelino, «Heroes of the Suikoden»; Wikipedia, «Utagawa Kuniyoshi»; Wikipedia, «Irezumi»; Marquette University, «Horimono»; Sarah E. Thompson, Tattoos in Japanese Prints (MFA Publications, Boston 2017); Robert Schaap, Heroes and Ghosts: Japanese Prints by Kuniyoshi (Hotei 1998); Donald Richie e Ian Buruma, The Japanese Tattoo; Brian Ashcraft e Hori Benny, Japanese Tattoos: History, Culture, Design (Tuttle 2016).

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