13AKIRA-Giulia Nannini

総身彫り · composizione e tecnica

Il bodysuit giapponese: come si costruisce un tatuaggio integrale

Di · · aggiornato il · 3 min di lettura

Il tatuaggio integrale giapponese non è una somma di pezzi. È una sola composizione progettata sul corpo intero, con una scena principale sulla schiena, maniche che la accompagnano e zone lasciate volutamente nude. Ogni parte ha un nome e una funzione.

In breve
  • Il tatuaggio integrale si chiama sōshinbori; la schiena ospita il soggetto principale.
  • Le maniche possono essere lunghe fino al polso (nagasode), a sette decimi (shichibu) o a metà (gobu).
  • Il munewari è la striscia di pelle nuda al centro del petto; senza, la composizione si chiama donburi.
  • Un bodysuit completo richiede in genere anni di sedute.

Il modello: gli eroi di Kuniyoshi

L'idea del corpo interamente tatuato come un unico dipinto entra nella cultura popolare con le stampe di Utagawa Kuniyoshi sugli eroi del Suikoden, dal 1827. I suoi briganti hanno schiena, spalle e braccia coperte da composizioni continue. Da lì il tatuaggio integrale, l'horimono esteso a tutto il corpo, diventa l'ideale del tatuaggio giapponese.

La schiena: la scena principale

La schiena (senaka) è la superficie più ampia e piatta del corpo, e ospita il soggetto principale: un drago, una divinità come Fudō Myōō o Kannon, un eroe, una hannya, una coppia di carpe. Tutto il resto viene progettato a partire da lì. La composizione di solito scende fino ai glutei e alla parte alta delle cosce, per chiudere la scena in modo naturale.

La scelta del soggetto della schiena è la decisione più importante, perché determina tema, stagione ed elementi di tutto il corpo. Un drago d'acqua chiederà onde e nuvole su maniche e fianchi; un leone chiederà peonie e rocce.

Maniche e pannelli del petto

Le maniche hanno lunghezze codificate. La nagasode (長袖, «manica lunga») arriva al polso. La shichibu (七分, «sette decimi») si ferma sopra il polso, a metà avambraccio. La gobu (五分, «cinque decimi») copre fino al gomito circa. La manica si collega al petto con i hikae (控え), pannelli che scendono dalla spalla sul pettorale.

Al centro del petto molti bodysuit lasciano una striscia di pelle nuda verticale, il munewari (胸割り, «petto diviso»). Quando invece il tatuaggio copre il petto senza interruzioni, la composizione si chiama donburi. Il munewari incornicia il busto; una spiegazione diffusa aggiunge che permette di portare una giacca aperta lasciando vedere il tatuaggio solo ai lati.

Le zone lasciate nude

Il bodysuit tradizionale lascia scoperti mani, collo, testa e piedi, oltre alla striscia centrale del petto e spesso a una fascia lungo il ventre. La linea che separa la pelle tatuata da quella nuda si chiama mikiri (見切り) e va progettata con cura, perché è il bordo della cornice.

Una ragione storica spesso citata è la possibilità di coprire il tatuaggio con gli abiti: dopo il divieto del 1872 e poi con lo stigma del dopoguerra, un tatuaggio invisibile vestiti era una necessità sociale. Il tatuaggio giapponese tradizionale è pensato per essere privato, mostrato solo in certi contesti, e questo lo distingue da molte tendenze occidentali che tatuano mani e collo per primi.

Tempo, costi, progetto

Un bodysuit completo richiede molte decine di sedute, spesso distribuite nell'arco di diversi anni. Tradizionalmente il cliente si affidava a un unico maestro per tutto il percorso, e il rapporto tra i due era lungo e personale. Oggi è ancora il modo migliore di lavorare: cambiare tatuatore a metà rischia di spezzare la coerenza della composizione.

Chi non vuole un integrale può comunque ragionare in prospettiva. Una manica ben progettata con il suo hikae e un fondale aperto verso la schiena può diventare, anni dopo, parte di un lavoro più grande. Per questo in consulenza chiedo sempre dove potrebbe arrivare il tatuaggio in futuro, non solo dove inizia.

Fonti e letture: Wikipedia, «Irezumi»; Takahiro Kitamura e Katie M. Kitamura, Bushido: Legacies of the Japanese Tattoo (Schiffer 2001); Brian Ashcraft e Hori Benny, Japanese Tattoos (Tuttle 2016); Donald Richie e Ian Buruma, The Japanese Tattoo (Weatherhill 1980).

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