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Da dove viene il tatuaggio giapponese: le origini dell'irezumi

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Il tatuaggio giapponese che oggi riconosciamo, con draghi e carpe su tutta la schiena, ha circa duecento anni. Il segno sulla pelle nell'arcipelago è molto più antico, ma ha cambiato funzione più volte: forse rituale, poi ornamento, poi pena, poi arte. Ricostruirlo con onestà significa separare le prove dalle ipotesi.

In breve
  • Le figurine Jōmon con segni sul volto sono lette da molti archeologi come prova di tatuaggio, ma resta un'interpretazione.
  • La prima descrizione scritta è cinese: il Wei zhi (III secolo) racconta uomini Wa tatuati su volto e corpo.
  • Dal 1720 lo shogunato usa il tatuaggio come marchio penale al posto delle mutilazioni.
  • Ainu e popolazioni di Okinawa tatuavano soprattutto le donne; le due pratiche furono vietate nel 1871 e nel 1899.

Le statuette Jōmon: indizio, non prova

Il periodo Jōmon copre un arco enorme, grosso modo dal 14.000 al 300 a.C. Molte figurine di terracotta di quest'epoca, i dogū, e alcune maschere in argilla mostrano linee incise o dipinte attorno alla bocca e sulle guance. Diversi studiosi le leggono come tatuaggi o scarificazioni, anche per la somiglianza con i segni facciali delle donne Ainu documentati in epoca moderna.

Il problema è metodologico. Una linea su una statuetta può rappresentare tatuaggio, pittura corporea, una maschera rituale o semplice decorazione dell'oggetto. Non abbiamo pelle conservata né testi coevi. Quando qualcuno scrive che l'irezumi ha «dodicimila anni», sta trasformando un'ipotesi plausibile in un fatto. Lo stesso vale per alcune haniwa del periodo Kofun (III-VI secolo d.C.) con segni rossi sul volto: indizi coerenti, non dimostrazioni.

Le cronache cinesi e i pescatori Wa

La prima testimonianza scritta arriva dal continente. Nel Wei zhi, parte delle Cronache dei Tre Regni compilate da Chen Shou alla fine del III secolo, la sezione nota in Giappone come Gishi Wajinden (魏志倭人伝) descrive il popolo Wa: uomini, grandi e piccoli, con volto tatuato e corpo decorato. Il testo spiega che i pescatori si immergevano per prendere pesci e conchiglie e che i segni servivano a tenere lontani i grandi pesci e gli animali acquatici; col tempo, aggiunge, erano diventati anche ornamento, con differenze di posizione e dimensione a seconda del rango.

È una fonte esterna, scritta da osservatori che guardavano i Wa come «barbari», e va letta con questa cautela. Ma è il primo punto fermo: nel III secolo il corpo tatuato nell'arcipelago esisteva ed era socialmente leggibile.

Dal segno d'onore al marchio penale

Le cronache giapponesi più antiche cambiano tono. Il Nihon shoki (720) racconta che l'imperatore Richū, invece di condannare a morte il ribelle Azumi no Hamako, gli fece tatuare il volto. Il tatuaggio compare così nella storiografia di corte come punizione, associato a gruppi marginali e a chi aveva tradito.

La codificazione arriva molto più tardi. Nel 1720, sotto lo shōgun Tokugawa Yoshimune, il tatuaggio penale (irezumi-kei) sostituisce il taglio di naso e orecchie per reati come il furto. I segni variavano per regione: linee sul braccio a Edo, caratteri sulla fronte in altri feudi. Il condannato portava addosso la propria fedina penale. È da qui che nasce una delle spiegazioni più citate del tatuaggio decorativo: coprire il marchio con un disegno più grande. È una spiegazione ragionevole, ma nessuna fonte dimostra che fu la causa principale.

Irebokuro e horimono: il tatuaggio scelto

Nel frattempo, nel Seicento, si diffonde un tatuaggio volontario e minuscolo: l'irebokuro, il «neo inserito». Nei quartieri di piacere cortigiane e clienti si incidevano un punto o il nome dell'amante, a volte seguito dal carattere 命 (inochi, vita), come pegno di fedeltà. È il primo tatuaggio giapponese documentato come scelta privata ed emotiva.

Il grande tatuaggio pittorico, l'horimono (彫物, «cosa incisa»), esplode tra fine Settecento e primo Ottocento a Edo, sulla scia delle stampe ukiyo-e e del romanzo Suikoden. Lo racconto nell'articolo dedicato: è lì che si fissano soggetti, fondali e costruzione del corpo che uso ancora oggi.

Ainu e Okinawa: le tradizioni cancellate

Esistono due storie del tatuaggio che il racconto centrato su Edo tende a dimenticare. Tra gli Ainu di Hokkaidō le ragazze ricevevano per gradi un tatuaggio attorno alla bocca e motivi su mani e avambracci, completati prima del matrimonio. Nelle isole Ryūkyū (Okinawa) le donne portavano l'hajichi, motivi geometrici sul dorso delle mani, con valori protettivi e di passaggio d'età.

Il Giappone Meiji le trattò come arretratezza. Il tatuaggio Ainu fu vietato dall'Ufficio di colonizzazione di Hokkaidō nel 1871, l'hajichi nel 1899. Molte donne continuarono in segreto. Sono pratiche indigene con una propria genealogia, e non vanno confuse con l'irezumi pittorico di Edo, né usate come suo «antenato» per nobilitarlo.

Perché la datazione conta per chi tatua

Quando una persona mi chiede un pezzo «antico», le racconto questa sequenza. Il canone che tatuo, cioè soggetti, onde, nuvole, composizione sul corpo, ha una data e un luogo: Edo, primo Ottocento. Tutto quello che viene prima è un'altra storia, fatta di pratiche diverse e di molte lacune. Rispettare la tradizione vuol dire anche non inventarle un passato più lungo di quello documentato.

Fonti e letture: Wikipedia, «Irezumi»; Nippon.com, «Irezumi Unveiled»; Archaeology, «Ancient Tattoos: Dogū»; Wikipedia, «Dogū»; Chen Shou, Sanguo zhi, «Wei zhi», sezione sui Wa; Nihon shoki, regno di Richū; Donald Richie e Ian Buruma, The Japanese Tattoo (Weatherhill 1980); Willem R. van Gulik, Irezumi: The Pattern of Dermatography in Japan (Brill 1982); Lars Krutak, The Tattooing Arts of Tribal Women (Bennett & Bloom 2007) sui tatuaggi Ainu.

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