13AKIRA-Giulia Nannini

禁忌 · storia

Perché in Giappone il tatuaggio è ancora un tabù

Di · · aggiornato il · 3 min di lettura

Chi arriva in Giappone con un tatuaggio può ancora trovare chiuse le porte di una terma. Il paradosso è evidente: l'irezumi è ammirato nel mondo e guardato con sospetto in casa. Lo stigma ha una storia precisa, fatta di leggi, cinema e ordine pubblico.

Punk, opera di 13AKIRA: figura con cresta su fondo a scacchiera ichimatsu e carattere 反抗, rivolta
Punk (反抗, «rivolta»). In Giappone il corpo tatuato è stato a lungo, per legge e per costume, un corpo fuori dall'ordine.
In breve
  • Nel 1872 il governo Meiji vieta il tatuaggio ai giapponesi per presentarsi «civile» agli occidentali.
  • Il divieto cade nel 1948, ma nel dopoguerra cinema e cronaca legano il tatuaggio integrale alla yakuza.
  • Nel 2015 il 56% delle strutture ricettive che risposero a un'indagine governativa vietava i bagni ai tatuati.
  • Nel 2020 la Corte Suprema ha stabilito che tatuare non richiede una licenza medica.

1872: il divieto per sembrare moderni

Con la Restaurazione Meiji il Giappone si apre all'Occidente e vuole essere trattato da pari dalle potenze che gli avevano imposto trattati ineguali. Una parte della strategia riguarda i costumi: bagni misti, nudità in strada, tatuaggi. Nel 1872 le ordinanze sui reati minori, iniziando da Tokyo, puniscono il tatuaggio insieme ad altre pratiche giudicate incivili agli occhi stranieri.

Il divieto colpisce i cittadini giapponesi, non i visitatori. Nascono così due mercati: i tatuatori continuano a lavorare di nascosto per la clientela locale e, in modo più aperto, per marinai e viaggiatori stranieri nei porti. Lo stesso Stato che reprime il tatuaggio in patria lo vede diventare un souvenir di lusso per l'Occidente.

1948: legale, ma associato alla malavita

Il divieto decade nel 1948, durante l'occupazione americana, con la riforma della legislazione sui reati minori. Il tatuaggio torna legale, ma non torna rispettabile. Nei decenni successivi il grande tatuaggio integrale diventa un segno di appartenenza diffuso nella yakuza, dove sopportare il dolore e il costo di anni di sedute dimostra resistenza e lealtà.

Il cinema fissa l'equazione nell'immaginario collettivo. I film ninkyō della Tōei degli anni Sessanta, come la serie Hibotan bakuto (dal 1968) con la protagonista che rivela una peonia tatuata sulla schiena, trasformano il tatuaggio nel momento culminante della scena: il gangster si toglie la camicia e mostra chi è. Per il pubblico giapponese il tatuaggio integrale, da allora, significa soprattutto questo.

Terme, palestre, piscine: la regola del sospetto

I cartelli che vietano l'ingresso alle persone tatuate nascono come filtro contro la criminalità organizzata. Una struttura non può chiedere a un cliente se appartiene a un clan; può vietare il segno che lo rende riconoscibile. Il divieto colpisce tutti, compresi turisti e giapponesi con tatuaggi piccoli e recenti.

Nel 2015 la Japan Tourism Agency ha interrogato 3.768 hotel e ryokan con bagni comuni. Tra i 581 che risposero, il 56% dichiarava di rifiutare gli ospiti tatuati, il 31% li accettava senza condizioni e il 13% chiedeva di coprire il tatuaggio con un cerotto. Con l'aumento del turismo internazionale l'agenzia ha poi invitato le strutture a considerare il significato culturale dei tatuaggi dei visitatori stranieri. Il dato del 2015 va letto per quello che è: un campione di chi ha risposto, non un censimento.

Anche la politica ha alimentato il sospetto. Nel 2012 l'allora sindaco di Osaka, Tōru Hashimoto, avviò un'indagine sui dipendenti comunali tatuati, sollevando proteste per violazione della privacy.

Il paradosso: amato fuori, nascosto dentro

Mentre il Giappone reprimeva l'irezumi, i principi britannici Albert Victor e George, futuro Giorgio V, si facevano tatuare in Giappone nel 1881, e lo zarevič Nicola nel 1891 a Nagasaki. È una storia che ho ricostruito nell'articolo dedicato ai reali tatuati. Il risultato è una frattura che dura ancora: il tatuaggio giapponese diventa un'icona globale nel momento in cui in patria è clandestino.

La sentenza del 2020

Dal 2001 una circolare del ministero della Salute considerava l'inserimento di pigmento sotto pelle un atto medico, riservato ai medici. Per anni la norma è stata applicata di rado. Nel 2015 la polizia di Osaka ha denunciato il tatuatore Taiki Masuda per esercizio abusivo della professione medica. Masuda ha rifiutato di pagare la multa e ha portato il caso in tribunale: condannato in primo grado nel 2017, assolto dall'Alta Corte di Osaka nel 2018. Nel settembre 2020 la Corte Suprema ha confermato l'assoluzione, stabilendo che tatuare non è un atto medico.

La sentenza protegge il mestiere. Non cambia i regolamenti privati di terme e palestre, né la percezione diffusa. Lo stigma sociale procede più lentamente del diritto.

Cosa significa per chi lo porta in Italia

Chi si tatua in stile giapponese in Italia porta un'immagine che nel suo paese d'origine è stata vietata, perseguita e associata alla malavita. Non è un motivo per rinunciare. È un motivo per conoscere la storia, e per sapere che in un viaggio in Giappone quel tatuaggio potrebbe chiudere qualche porta. Prima di partire conviene cercare onsen dichiaratamente tattoo-friendly o bagni privati (kashikiri).

Fonti e letture: Japan Today, indagine Japan Tourism Agency (22 ottobre 2015); The Japan Times, 18 giugno 2015; Nippon.com, «Irezumi Unveiled»; Wikipedia, «Irezumi»; Brian Ashcraft e Hori Benny, Japanese Tattoos (Tuttle 2016); Donald Richie e Ian Buruma, The Japanese Tattoo.

Torna al Diario