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文化 · cultura e ricezione

Tatuaggio giapponese in Italia: omaggio o appropriazione culturale?

Di · · aggiornato il · 3 min di lettura

È una domanda che mi fanno spesso, a volte con sospetto: un'italiana può tatuare soggetti giapponesi, e un italiano può portarli? La risposta breve è sì. Quella seria richiede di distinguere il tipo di tradizione, la storia degli scambi e alcuni errori molto concreti.

Eterno, opera di 13AKIRA: bijin in stile ukiyo-e con kimono a monogramma e cappello Wu-Tang, carattere 永遠
Eterno (永遠): una bijin da stampa ukiyo-e con riferimenti allo streetwear. La fusione funziona se la struttura giapponese resta leggibile.
In breve
  • Il dibattito sull'appropriazione riguarda squilibri di potere e pratiche sacre o riservate; non tutte le tradizioni sono uguali.
  • L'irezumi pittorico nasce da un romanzo cinese e si vende agli stranieri già dal 1860: è una tradizione di scambio.
  • Gli errori reali sono concreti: kanji sbagliati, divinità in posizioni irrispettose, simboli usati senza conoscerli.
  • L'Italia ha un rapporto lungo con l'immaginario giapponese, da Goldrake (1978) ai fumetti.

Di cosa parliamo quando parliamo di appropriazione

Il concetto di appropriazione culturale indica l'uso di elementi di una cultura da parte di membri di un'altra, soprattutto quando c'è uno squilibrio di potere: la cultura dominante prende simboli da una minoranza, li svuota di significato, ne trae profitto, mentre la minoranza subisce ancora discriminazione per gli stessi segni. I casi più discussi riguardano pratiche sacre o riservate, come il tā moko maori, un segno legato alla genealogia di chi lo porta.

Chi solleva l'obiezione per il tatuaggio giapponese ha un punto: in Giappone i tatuati subiscono ancora esclusioni, mentre all'estero lo stesso stile è moda. Chi la respinge ne ha un altro: l'irezumi pittorico non è una pratica sacra o etnica riservata, ma un'arte commerciale urbana, nata già come rielaborazione di una fonte straniera.

Una tradizione nata dallo scambio

Gli argomenti storici pesano. Il canone dell'horimono deriva da un romanzo cinese, il Suikoden, e da stampe che reinterpretavano iconografie buddhiste arrivate dal continente. Dal 1860 i tatuatori giapponesi lavoravano per marinai e principi europei, per scelta e per guadagno. Nel dopoguerra maestri come Horiyoshi III hanno collaborato con tatuatori americani ed europei, e oggi molti horishi giapponesi hanno clienti stranieri e fanno convention all'estero.

Questo non chiude la questione, ma sposta il criterio: la domanda utile non è «chi può usare questo stile», bensì «come lo si usa».

Gli errori concreti da evitare

Ecco dove, per esperienza, nasce la mancanza di rispetto:

Kanji e scritte. Il caso più frequente è la scritta sbagliata: caratteri cinesi scambiati per giapponesi, frasi generate da traduttori automatici, ideogrammi capovolti o con tratti mancanti. Una parola va verificata da chi legge il giapponese, e va scelta sapendo che un madrelingua la leggerà.

Divinità e figure sacre. Fudō Myōō, Kannon, Buddha sono figure di culto ancora vive. Molti tatuatori tradizionali evitano di collocarle sotto la vita o in zone percepite come impure, come piedi e glutei. È una convenzione diffusa, non una legge scritta, ma ignorarla significa trattare un oggetto di devozione come un adesivo.

Simboli usati a rovescio. Una hannya non è un «demone figo», è una donna trasformata dal dolore. Un crisantemo a sedici petali è lo stemma imperiale. Conoscere il significato evita di dire sulla pelle qualcosa che non si vuole dire.

Regole compositive ignorate. Mescolare fiori di stagioni opposte o soggetti senza fondale produce un collage, non un tatuaggio giapponese. Si può rompere la regola, ma dopo averla capita.

Il caso italiano: una generazione cresciuta con gli anime

Il 4 aprile 1978 la Rai trasmette il primo episodio di Atlas UFO Robot, cioè UFO Robot Grendizer, per tutti Goldrake. Da lì, per oltre un decennio, l'Italia diventa uno dei paesi europei con più animazione giapponese in televisione. Negli anni Novanta arrivano i manga in edicola e Sailor Moon. Lucca Comics & Games è oggi una delle maggiori fiere del fumetto al mondo.

Questo significa che l'immaginario giapponese in Italia non è esotismo recente: è un pezzo di infanzia condivisa. È anche un filtro, perché spesso si arriva all'irezumi passando da un'estetica pop che in Giappone ha tutt'altro contesto.

La mia posizione

Tatuo soggetti giapponesi da non giapponese e lo dichiaro. Credo che il rispetto si dimostri con lo studio: leggere le fonti, conoscere la storia del divieto e dello stigma, sapere da dove viene ogni figura, rifiutare scritte non verificate. Quando fondo l'irezumi con la cultura pop lo faccio apertamente, come Kuniyoshi fondeva briganti cinesi e gusto di Edo. Il confine che non supero è quello del sacro usato senza cognizione.

Resta un punto su cui le posizioni divergono e continueranno a divergere: alcuni ritengono che qualsiasi uso commerciale da parte di non giapponesi sia problematico finché in Giappone lo stigma persiste. È un argomento che prendo sul serio, e che per me si traduce nel raccontare anche quella storia, non nel tacerla.

Fonti e letture: Wikipedia, «Cultural appropriation»; Wikipedia, «UFO Robot Goldrake»; Wikipedia, «Irezumi»; James O. Young, Cultural Appropriation and the Arts (Wiley-Blackwell 2008); Marco Pellitteri, Mazinga Nostalgia. Storia, valori e linguaggi della Goldrake-generation (varie edizioni dal 1999); Brian Ashcraft e Hori Benny, Japanese Tattoos (Tuttle 2016).

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